Idrogeno29 set 2026

L'idrogeno italiano: una gigafactory di elettrolizzatori e dieci valli

Il PNRR italiano ha scommesso sull'idrogeno quasi 3,7 miliardi di euro: 450 milioni per una filiera nazionale di elettrolizzatori — con la gigafactory di De Nora e Snam a Cernusco sul Naviglio al centro — 500 milioni per dieci hydrogen valleys e 2 miliardi per l'industria difficile da decarbonizzare. La scadenza chiave della filiera: 1 GW di capacità produttiva all'anno, entro metà 2026.

Redazione EuroEnergy · Italia · 1 min di lettura

Instalație de producere a hidrogenului
Foto: CambridgeBayWeather · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Di tutte le scommesse energetiche del piano italiano di ripresa, l'idrogeno è quella con le scadenze più strette e gli scettici più rumorosi. La posta, in compenso, è industriale: l'Italia vuole fabbricare le macchine dell'idrogeno, non solo consumarlo.

La gigafactory. L'Investimento 5.2 del PNRR — 450 milioni di euro — chiede che entro metà 2026 il Paese abbia una filiera di produzione di elettrolizzatori di almeno 1 GW all'anno. La spina dorsale è la gigafactory che De Nora, insieme a Snam, costruisce a Cernusco sul Naviglio, vicino a Milano, con la prospettiva di salire verso i 2 GW annui entro il 2030.

Le valli dell'idrogeno. Altri 500 milioni finanziano una decina di hydrogen valleys — ecosistemi locali dove la produzione per elettrolisi, alimentata dalle rinnovabili, si consuma sul posto, nell'industria e nei trasporti. La prima ondata di progetti copre Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Basilicata e Puglia, con impianti da 1–5 MW che devono funzionare nel 2026.

Il pezzo pesante: l'industria. L'assegnazione più grande — 2 miliardi — punta ai settori hard to abate, acciaio in testa. Si aggiungono 300 milioni per i treni a idrogeno, 230 per il trasporto stradale e 160 per la ricerca.

La doccia fredda del mercato. Le analisi europee dell'anno hanno raffreddato l'entusiasmo: la capacità di elettrolisi annunciata c'è, la domanda ferma molto meno — l'idrogeno verde resta caro rispetto a quello da gas. Per l'Italia il test dei prossimi due anni non è la tecnologia, ma i contratti: chi compra, a che prezzo, per quanto tempo.

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